Trasferimento nel pubblico impiego: come cambiare sede di lavoro
La mobilità nel pubblico impiego comporta la richiesta, dal dipendente che presta servizio nella PA, di cambiare sede di lavoro. Questa condizione può essere anche imposta a patto che si rispettino determinati principi normativi.
La mobilità nel pubblico impiego è uno dei diritti imprescindibili per il singolo dipendente. E consiste, in buona sintesi, nella possibilità di trasferire la propria sede operativa in un ufficio differente. Che può essere all’interno della stessa amministrazione o in una destinazione del tutto diversa.

Questa soluzione può avere delle motivazioni differenti, che in parte riguardano le necessità del singolo dipendente ma spesso è la stessa PA che propone queste alternative. L’obiettivo, in questo caso, è quello di ottimizzare le risorse interne e distribuire le competenze in modo omogeneo.
L’argomento della mobilità nel pubblico impiego è affrontato dal Decreto Legislativo 165/2001 che delinea tutti gli aspetti utili per valutare diritti e doveri del dipendente di fronte al trasferimento. Vale a dire, uno strumento utile per l’amministrazione ma anche per il dipendente della PA.
Che cos’è la mobilità nel pubblico impiego?
Questo termine indica la possibilità per un dipendente della PA di variare ufficio di riferimento, un cambio che riguarda lo spostamento operativo in un settore differente della stessa amministrazione. O il trasferimento da un ente all’altro, cambiando anche posizione geografica. Il tutto, però, avviene mantenendo il rapporto di lavoro e, generalmente, l’inquadramento contrattuale acquisito.
Inoltre, il trasferimento comporta il mantenimento dell’anzianità di servizio e dei diritti pensionistici maturati. Questo permette al dipendente di accettare di buon grado l’operazione nel momento in cui la mobilità nel pubblico impiego non è voluta ma imposta da condizioni di ordine superiore.
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Quali sono i tipi di mobilità nel settore?
Questa precisazione è particolarmente articolata perché esistono diverse tipologie di mobilità della pubblica amministrazione. La prima è già stata declinata e riguarda i trasferimenti:
- Interni, nella stessa amministrazione. Questi possono avvenire per disposizione dell’amministrazione – con avvisi interni o atto del dirigente – o richiesta del dipendente.
- Esterni, in un’amministrazione differente. Questa soluzione può essere volontaria ma anche obbligatoria o di interscambio tra due enti differenti per questioni organizzative.
Inoltre, il trasferimento può essere temporaneo o permanente. Ma la grande differenza tra le diverse tipologie di trasferimento nella pubblica amministrazione riguarda il coinvolgimento del dipendente.
Mobilità nel pubblico impiego volontario
In questo caso, è il dipendente ad aver bisogno del trasferimento e, di conseguenza, fa richiesta per cambiare sede. Ciò avviene presentando un’istanza motivata al dirigente, con possibilità di indicare preferenze per specifici uffici o sedi. Questo può essere agevolato da motivazioni specifiche:
- Ricongiungimento familiare, il coniuge risiede altrove.
- Assistenza a familiari con handicap grave.
- Motivi di salute documentati da certificazione medica.
Il trasferimento volontario può avvenire anche senza un bando pubblico, ma in molte circostanze è necessario il consenso dell’amministrazione di provenienza. Infatti, un cambio potrebbe causare una grave carenza di organico. Poi bisogna valutare competenze professionali e attitudini specifiche.
Mobilità nel pubblico impiego d’ufficio
In questo caso parliamo di un trasferimento imposto dalla PA per ragioni organizzative, in modo da ottimizzare le risorse interne nel caso in cui si presentino dei casi di soppressione uffici, eccedenze del personale o riorganizzazioni. Il tutto avviene tutelando i diritti acquisiti dai lavoratori.
Si può rifiutare la mobilità d’ufficio che viene imposta al dipendente? Così come l’amministrazione pubblica può negare il trasferimento nel caso in cui non ci siano le possibilità operative per accogliere un nuovo dipendente in un determinato ufficio, anche il dipendente può impugnare la decisione se è incompatibile con le sue esigenze personali. Il rifiuto, però, deve essere debitamente motivato.
La motivazione è indispensabile in caso di mobilità per comando, imposta dall’amministrazione, così da evitare le sanzioni. Allo stesso modo, anche la PA deve motivare eventuali rifiuti di trasferimento.
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Quali sono i diritti del dipendente in mobilità?
Nel caso in cui si proceda con il trasferimento d’ufficio, quindi imposto dalla Pubblica Amministrazione, ci sono una serie di tutele e diritti previsti dalla normativa di riferimento. In primo luogo è previsto il mantenimento dell’inquadramento professionale e della categoria di appartenenza.
Questo significa mantenere il trattamento economico complessivo con stipendio base, indennità e progressioni. Inoltre, il dipendente ha diritto al preavviso per organizzare la sua condizione. Di base, stiamo parlando di almeno 30 giorni ma questo valore può cambiare in base al contratto.
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Dopo quanto posso chiedere il trasferimento
In Italia, non esiste una regola omogenea. Di base, bisogna aver superato sempre il periodo di prova che dura sei mesi e l’ente ricevente deve avere posti vacanti nella dotazione organica.
Come suggerisce la CGIL, alcuni dipendenti che entrano in forze nella Pubblica Amministrazione tramite concorso non possono trasferirsi in una nuova sede se non sono passati almeno sette o cinque anni. Questo a meno che non ci siano esigenze diverse e provenienti dalle amministrazioni.